Le Feste

 

Per la Comunità gioiosana, le feste sono un gesto corale che mantiene viva una tradizione e permette ad una cultura di permanere nel tempo. Seguiamone lo svolgimento secondo il calendario che ne segna l’inizio con la primavera.

Le feste di Pasqua, non susciti meraviglia il plurale, non assumono alcun carattere particolare a Gioiosa Marea ed hanno molto in comune con quelle che si celebrano in tutta l’Isola: la visita ai Santi Sepolcri il Giovedì di Passione, a lume di torce, la mesta processione del Venerdì Santo, «a sciugghiuta d’a gloria» del Sabato Santo, con i relativi spari e «botti»; le solenne Messe della Domenica di Pasqua; «a baciata d’a manu o patrozzu»; l'immancabile gita del Lunedì di Pasqua.

Ma c’è un fatto particolare che caratterizza il giorno di Pasqua e cioè una brevissima processione dei simulacri della Madonna delle Grazie e di San Giuseppe, dalla Chiesa di Santa Maria fino alla Matrice, processione che poi si ripeterà, in senso inverso e per un percorso un po' più lungo, il giorno dell’Ottava di Pasqua quando, assieme al simulacro di San Nicolò, le due statue verranno riaccompagnate fino alla loro Chiesa, prima che il Santo Protettore inizi la sua lunga passeggiata per Gioiosa - come ora vedremo.

Non è facile trovare l’origine di questa antica usanza. Qualcuno la fa risalire ai tempi lontani dell’ antica Gioiosa dandone un significato di «scambio di visite tra Collegiate», altri, invece, danno un significato più ampio di coinvolgimento nella festa di un quartiere verso l’altro. Qualunque sia l’origine, però, non si può non pensare ad una cordiale reciproca secolare considerazione fra i due quartieri cittadini più importanti: quello di San Nicolò e quello di Santa Maria.

L'Ottava di Pasqua, che si celebra appunto otto giorni dopo la Pasqua, è storicamente la festa più importante perché ricorda in maniera ben precisa, se andiamo a ricercare i modi di svolgimento fino a qualche anno fa, il trasferimento del Paese dal Monte di Guardia al piano. Le comunità delle Contrade Gioiosane scendono in processione, con in testa il Parroco preceduto dai «Virgineddi», bambini d’età compresa tra i quattro e sei anni, ricoperti di «vistineddi» cariche d’oro e con in testa un diadema, anch’esso pesante d'ori; i «Virgineddi» reggono in mano il calice più importante di cui è dotata la Chiesa.

I paramenti dei «Virgineddi» vengono predisposti di volta in volta dai familiari che hanno fatto voto per grazia ricevuta. In quest’occasione tutti i componenti della famiglia e della Comunità contribuiscono all’ allestimento della veste con ori e preziosi, concessi in prestito con generosa sollecitudine, per arricchirla quanto più è possibile a simbolo anche di un certo prestigio della contrada.

Il personaggio più rappresentativo della contrada regge il Crocifisso, talvolta molto pesante, fino all’ingresso in Paese, dove lo consegna al Parroco che lo porterà fin dentro alla Chiesa Madre.

La banda accompagna dall’ingresso in Paese fino alla Chiesa Madre le processioni delle contrade.

A mezzogiorno, dopo la solenne Messa cantata, la processione percorre quasi tutte le vie del centro cittadino procedendo fin’oltre i confini del comune, in territorio di Piraino, a Zappardino per la precisione, per ritornare sulla spiaggia di Gioiosa dove ha luogo la Benedizione del mare.

Il privilegio di portare a spalla la «Vara» del Santo Protettore, San Nicola, è prenotato addirittura settimane prima, legando il fazzoletto con un nodo ad una delle aste. Tuttavia, appena la processione raggiunge la metà del ponte Zappardino, per entrare in territorio di Piraino, gli abitanti della zona reclamano immancabilmente il privilegio di portare la «Vara» fino al centro del loro borgo. Richiesta che da sempre viene decisamente negata e che dà origine a rituali risse.

L 'Ascensione, festa che oggi passa inosservata, un tempo era molto sentita e dava spunto a rituali del tutto particolari ed identici tra gli abitanti della marina e quelli della campagna, quale appunto quello di bagnarsi nell’acqua del mare in senso di purificazione. L’usanza era molto più sentita dai pescatori che andavano a mare per ottenere dall’acqua, idealmente toccata quel giorno dal Cristo asceso in cielo, la liberazione da ogni residuo di colpa, di peccato o di contaminazione. Il gesto poteva benissimo assumere un significato ancestrale di manifesta devozione al «grande padre mare», che teneva tra le sue onde il loro destino nel bene e nel male.

In campagna, invece, l'Ascensione assumeva dei toni più elegiaci. Ogni contadino esponeva la sera prima un recipiente d’acqua «o sirinu» ,all’aria aperta, per tutta la notte e l’indomani spargeva quest’ acqua ,anche questa idealmente toccata dal Cristo asceso nei cieli, per i campi e sugli animali, con chiari intenti propiziatori, originati da una religiosità lontana nella notte dei secoli.

Il Corpus Domini è invece una festa più «esplosiva». La natura è nel suo pieno rigoglio ed offre abbondanti fiori, ginestre, glicini, biancospini, con i quali si addobbano gli «altarini» che saranno visitati, uno al giorno per tutta la settimana, dalla processione del Santissimo preceduta dai bambini, che hanno ricevuto la loro prima Comunione, vestiti di bianco.

In questo periodo si vive in pieno la «coralità» della festa: si fa a gara per offrire le trine e i merletti più preziosi da inserire sull’«altarino»; si fa a gara per allestire l’«altarino» con gli arazzi e le coperte più ricche, si corre insieme a raccogliere i fiori in campagna; si studia, insieme, il disegno e la confezione dei tappeti di fiori da mettere davanti all'«altarino»; infine si fa a gara fra i quartieri per l’allestimento dell’«altarino» più bello e per la migliore festa rionale.

Famose le feste organizzate, fino a qualche anno fa, nel rione Marina e nel rione Calvario quando un tripudio di luci, di musica, di giochi popolari sottolineava il vivere intensamente le feste di comunità nel significato più autentico.

Le Feste delle contrade seguivano in calendario con una caratterizzazione più propria di «unicità», per lo sfarzo di colore e di fantasia spontanea che arricchiva la Chiesa, le case, le strade campestri ed il verde, ma anche per l’assoluta generosità della gente.

A Casale, in particolare, si illuminava la piazzetta antistante la Chiesa di Maria Santissima della Visitazione con le lampare dei pescatori e si arredava la Chiesa stessa con enormi «rasti» di verdissimo basilico amorevolmente coltivato ed infiocchettato di rosso dalle ragazze della contrada.

Queste feste costituivano un deciso richiamo per gli abitanti del centro, per una gita in campagna, «santificata» pantagruelicamente assieme agli amici «ccu maccarruna, carni, ‘nfurnata e u vinu giustu» delle colline gioiosane.

Il Ferragosto a Gioiosa è la festa più grossa: «Menzaustu»! È difficile poterne indicare le origini che vanno decisamente ricercate nel concetto di «Festa d’Estate». Certamente occasione per ritrovarsi ogni anno insieme.

Durante i tre giorni della metà di Agosto, il 14 di vigilia, il 15 dedicato alla Madonna delle Grazie ed il 16 a San Rocco, il paese si riempiva di suoni, colori, bancarelle e di contadini che scendevano dalle campagne per acquistare suppellettili ed utensili dai numerosi «firianti», venditori ambulanti, convenuti da ogni parte dell’Isola.

La mattina del 14 Agosto si annunziava l’inizio della festa con una prolungata «masculiata»; frattanto, «i firianti» andavano occupando con le bancarelle i posti «strategici» della festa. Appena calata la sera, le campagne sui colli intorno a Gioiosa pullulavano di luminarie.

In un cantone fra via Mazzini e via Vittorio Emanuele, proprio vicino alla casa di don Natale Terranova, per la festa di Ferragosto si piazzava «don Luigi» con la sua roulette, che col suo incoraggiante invito di «ccu deci liritti ducentu lirazzi!» faceva piovere i nichelini sonanti sul tappeto verde. Di fronte, stazionava l’ombrellone della «nnivinavintura», maga indovina, che per pochi spiccioli propinava buoni auguri e accorti consigli, sempre gli stessi.

A sera, in piazza Municipio, le sinfonie delle migliori bande, impegnatissime nel gareggiare e nel figurare proprio nel paese del più famoso corpo musicale dell’Isola.

Durante gli intervalli, gran ressa davanti al banco del «gazosaro» ed ai pozzetti dei gelati portati fino in piazza dagli ottimi gelatai gioiosani e davanti alla «bancarella» della «calia» di Mastru Vasili u nasitanu. Alla fine, banda in testa, ed al suono della «vecchia ‘nsipita», si andava alla spiaggia per assistere «o iocu focu», giochi d’artificio.

Abbiamo voluto ricostruire, attraverso testimonianze dirette di anziani, questa festa che, fino a qualche decennio addietro, aveva mantenuto immutate le caratteristiche di sempre.

Oggi questo concetto di festa si è notevolnzente mutato da fatto corale e squisitamente «comunitario» a fruizione turistica predisposta da alcuni e consumata da altri.

Manifestazioni sportive, teatrali, musicali, sono distribuite ora durante tutto il periodo estivo per la gioia non solo dei gioiosani ma anche delle decine di migliaia di turisti presenti in quel periodo in tutto il territorio.

A questo punto l’estate finisce. «Austu e riustu è capu d’invernu». Si ritorna al lavoro e si pensa all’autunno ed all’incombente inverno. Si ha poco tempo per le feste. Si arriva a Natale.

Il Natale non offre delle note caratteristiche nel nostro Paese, se si vuole prescindere dalle sveglie mattutine per la Santa Novena, dagli altari ornati di arance, dai «pizzatuna» con le nocciole (oggi purtroppo scomparsi e sostituiti I, dal più «commerciale» panettone). Così si arriva a Capodanno, all’Epifania e Febbraio segna con i suoi primi giorni la fine di tutte le feste secondo questa antica filastrocca:

A li unu la Frivalora
a li dui la Cannalora
a li tri San Brasi ancora
a li quattru è Sant'Ajti
ziticeddi filati filati
ca li festi su passati.

(da GIOIOSA MAREA - Storia Note Immagini, Comune di Gioiosa Marea, 1980)

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