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Usi e costumi |
Gli usi e le consuetudini
fanno parte integrante di un sistema
di vita e trovano ispirazione nella religiosità, nella natura, negli eventi
occasionali e maggiormente nel gioiosano che per istinto è portato a
considerare i fatti con una valutazione acuta e del tutto personale del rapporto
fra causa ed effetto, inteso com’è nella costante dualità utilitaristica tra
finalità sacre e profane. Infatti l’uso di accendere dei falò lungo la
spiaggia la sera di vigilia della festa di San Giovanni, se da un lato vuole
essere un omaggio al Santo, dall’altro ha lo scopo più prosaico di attirare i
«runnuna», pesci con grandi ali, che in quel periodo fanno lunghi voli a pelo
d’acqua. I pesci attratti dalla luce, come farfalle, finiscono sulla spiaggia
dove facilmente vengono catturati.
[...] Alla vigilia della festa di San Pietro e Paolo, il 28 giugno,
al grido di «Evviva San Petru ca tigna!», si accendevano i fuochi
davanti alle porte dei «tignusi» del Paese. Le porte maggiormente prese di
mira erano, sino a non molti anni addietro, quelle delle abitazioni del dottore
Nino Benincasa, del dottore Nino Cusmà, di don Tindaro Calabrese e di don
Pietro Scaffidi, i quali accettavano con molto spirito la «smacchiàta» e per
tradizione offrivano agli animatori le libagioni più prelibate, fine ultimo ed
atteso della simpatica consuetudine.
Altra componente edonistica era data dalla «Festa dei Morti» che, però, dava
solo nome alla consuetudine. Infatti il due novembre, dopo che di buon’ora
veniva celebrata la Messa, si scatenava la fantasia per un altro tipo di «smacchiàta».
All’uscita della Messa, che ancora era notte, giovani e meno giovani solevano
mettere dietro alle porte delle case degli amici gli oggetti più strani ed
impensabili: tronchi d’albero prelevati in parti lontanissime, enormi pietre,
«cantari», «rinali », ecc., poi si restava nascosti nei dintorni, in
attesa che l’amico aprisse l’uscio per cogliere sul suo volto non solo la
meraviglia, ma la rabbiosa reazione nel vedersi così intrappolato.
Tornata
la quiete, la colpa era dei morti. Vecchi contadini ricordano pure che nelle
campagne, la sera di vigilia del due novembre, si era soliti presentarsi coperti
da un lenzuolo in casa di amici ed alla voce «I divinissimi morti!» si aveva
accoglienza in casa, alla mensa e a giocare per tutta la notte.
Sintomatici questi due aspetti della Festa dei Morti per caratterizzare la «giovialità»
gioiosana che non si estingue con la morte, in quanto anche i morti, se
potessero, farebbero le stesse cose loro attribuite.
A Carnevale era costume diffuso, sino a qualche anno fa, le sere del
giovedì, del sabato e della domenica che ricadevano in tale periodo, accogliere
e far ballare nelle case i «maschiri». L’usanza era intesa
come «riciviri i maschiri» e pertanto le porte delle case
restavano aperte a chiunque fosse mascherato.
I travestimenti carnevaleschi erano i più svariati e correlati alla fantasia più
estrosa del momento. Infatti, anche i padroni di casa ed i loro ospiti, a loro
volta, dopo l’arrivo delle maschere, ricorrevano a travestimenti estemporanei
avvalendosi di coperte o di altro. Se la maschera veniva riconosciuta era
costretta a svelare la sua identità, scoprendo il viso, nel caso invece che non
veniva riconosciuta, aveva diritto a «mangiare e bere» ma doveva prima farsi
riconoscere.
Personaggi famosi del carnevale di un tempo non lontano furono Ignazio
Spanò e Filippo Terranova
per la loro innata arguzia e lo spirito squisitamente gioiosano. I loro
travestimenti erano attesissimi ad ogni carnevale; i più famosi furono quelli
di: Giulietta e Romeo, Coppi e Bartali, la balia ed il neonato, Nerone e Poppea,
il chirurgo ed il paziente.
Altro personaggio caratteristico del carnevale il «capitano» Turi Zampino con
il suo inseparabile violino a capo della «Murga », un’orchestrina improvvisata dagli abitanti della Marina che
percorreva tutto il paese ed ai quali i concittadini offrivano vino, dolci e
salsiccia in abbondanza.
Da festa popolare, intesa in senso corale e di massima partecipazione, in questi
ultimi anni, il carnevale si è circoscritto alla vita dei circoli cittadini ed
alla sfilata dei carri.
Le serenate esprimono la gioia di vivere, di amare, di prendere, se è
il caso, in giro il prossimo e di farlo sapere a tutti.
Le serenate si dividevano in «serenate alla zita», l'«Atturno», la «serenata strati strati» e un altro
tipo di serenata che era «a babbiannata».
L'«Atturno» era dedicato
agli sposini nella prima notte di nozze. Forse un tantino inopportuna, ma pur
sempre gradita, si concludeva, infatti, con la sveglia degli sposi e l'offerta,
per consuetudine ai musicisti, di dolci e vino.
Ma
cantare alle stelle era, molto più spesso, puro è semplice diletto e sfogo
dell'anima. Anche se a volte, qualcuno non gradiva e non era raro il caso che la
sere nata finisse con una sonora bagnata e soprattutto. .
. «a fetu ».
Durante gli anni del regime la «serenata» fu proibita, ma i musicanti non desistettero. Si ricorda ancora a questo
proposito un episodio di musicanti sorpresi e messi in fuga dalla presenza della
«ronda». Uno di essi, non riuscendo a darsela a gambe, ricorse
allo stratagemma di intonare l'inno del regime. La trovata mise in difficoltà i
militi che scattarono subito sull' attenti mentre l'altro, indietreggiando,
prese le distanze e fuggì.
La «babbiannata» non era certo una serenata. Eseguita con la «brogna» o battendo «u zappuni» con un ferro, era rivolta alla famiglia dei «fujuti» e costituiva grave offesa. Veniva appunto fatta ai genitori dei fidanzati «fujuti», proprio per sottolineare che non erano stati capaci di «stari accura ai picciotti».
(da GIOIOSA MAREA - Storia Note Immagini, Comune di Gioiosa Marea, 1980)